     p 257 .


Paragrafo 2 . David Hume.

     
Il  sospetto - e spesso la certezza - che la filosofia del  passato
sia  da  rigettare   quasi una costante del pensiero  moderno.  Il
rifiuto   del  passato  si  riferisce  ai  metodi  e  ai  contenuti
dell'indagine  filosofica  e  cos,  a  partire  dalla   fine   del
sedicesimo secolo, si susseguono nuovi metodi, si ridefiniscono gli
ambiti  di indagine, si tenta di individuare le facolt e i  limiti
dell'intelletto. Ma, come gli antichi, i moderni cercano la via per
cui l'uomo possa farsi filosofo.
     David  Hume avanza un sospetto pi radicale: che la  filosofia
possa  aver  fatto  perdere all'uomo la  sua  stessa  umanit.  Gi
Berkeley  aveva confessato, parlando delle idee astratte,  che  non
riusciva  proprio a pensare gli oggetti (le idee astratte, appunto)
che trovava descritti nei libri di filosofia.
     La  filosofia moderna  nata dalla negazione e dal superamento
del  senso  comune,  cio  di  qualcosa  che,  per  la  sua  stessa
definizione,  accomuna  gli uomini nel  loro  sentire  e  nel  loro
pensare:  i  filosofi  moderni, come il  Socrate  delle  Nuvole  di
Aristofane(36), sembrano vivere in un mondo tutto
     
     
     p 258 .
     
     loro,  fuori della comunit degli uomini. "Il filosofo puro  
una  persona che comunemente  poco ben vista nel mondo, in  quanto
si  ritiene che non contribuisca in nulla al vantaggio o al piacere
della  societ;  egli  vive infatti lontano dai  rapporti  con  gli
uomini,  avviluppato  in princpi e concetti  che  sono  ugualmente
lontani dalla comprensione comune"(37).
     L'alternativa  a  una filosofia astrusa e lontana  dal  comune
modo  di  sentire  non    certo - per David  Hume  -  l'ignoranza.
"D'altra  parte  il  puro ignorante  oggetto  di  disprezzo  anche
maggiore  ed  il fatto di essere destituito di gusto per  i  nobili
godimenti del sapere  giudicato segno, pi d'ogni altro sicuro, di
animo  illiberale in un'et e in un paese dove le scienze  sono  in
fiore"(38).
     La  soluzione proposta da Hume sembra dettata proprio dal buon
senso comune: "Si pensa che la condizione pi perfetta si trovi fra
questi  due estremi e sia contraddistinta da eguale disposizione  e
gusto  per  i  libri, per la buona societ e per gli  affari;  essa
conserva  nella  conversazione quel discernimento e quella  finezza
che  sono  il  frutto  delle belle lettere, mentre  mantiene  negli
affari  quell'onest  e  quella precisione  che  sono  il  naturale
portato  d'una  sana  filosofia"(39). La  conclusione    semplice,
chiara  ed  esplicita: "Sii filosofo, ma in mezzo a  tutta  la  tua
filosofia resta pur tuttavia un uomo"(40).
     La  filosofia  cui pensa Hume "entra nella  vita  di  tutti  i
giorni; e poich tocca i princpi che mettono in azione gli  uomini
riesce  a  modificare la loro condotta e a portarli pi  vicino  al
modello  di  perfezione  da essa proposto"(41).  Questa  filosofia,
chiamata da Hume "filosofia facile", si contrappone alla "filosofia
profonda" che, "fondandosi su un atteggiamento mentale che non  pu
influire  sugli  affari e sulle azioni, si dilegua  non  appena  il
filosofo  abbandona  l'oscurit profonda ed emerge  alla  luce  del
giorno, n i suoi princpi riescono facilmente a conservare qualche
influenza    sulla   condotta   e   sul   comportamento"(42).    Un
rappresentante  della "filosofia facile"  Cicerone,  la  cui  fama
"dura  fino  al  presente, mentre quella di  Aristotele  [per  Hume
tipico esempio di filosofo profondo]  totalmente scaduta"(43).
     
La centralit della natura umana.

Quando  Hume  scriveva  cos, nella Ricerca  sull'intelletto  umano
(Enquiry concerning Human Understanding) erano passati oltre  dieci
anni  dalla pubblicazione della sua prima opera, il Trattato  sulla
natura  umana (Treatise of Human Nature), uscito nel 1739 e scritto
in giovanissima et, durante un soggiorno in Francia tra il 1734  e
il  1737.  Forse  spinto  dall'insuccesso  del  Trattato,  un'opera
decisamente  difficile,  egli  aveva  pensato  di  rielaborarne   i
contenuti in una forma pi facile ed

p 259 .

accessibile(44); comunque anche nell'opera giovanile - che contiene
gi  tutti gli elementi importanti del pensiero di Hume -  e  nelle
lettere contemporanee alla sua stesura  presente l'esigenza di non
separare la filosofia dalla vita: l'uomo e la natura umana sono  ad
un tempo il soggetto e l'oggetto dell'indagine filosofica(45).
     David  Hume  non    certamente il primo  filosofo  che  abbia
incentrato  la propria ricerca sull'uomo(46), ma egli,  per  primo,
opera  un  rovesciamento  rispetto  alla  tradizione  "umanistica".
Questa  tradizione, soprattutto a partire dal Rinascimento,  voleva
che  l'uomo fosse indagato con gli strumenti delle altre scienze  -
prima fra tutte la matematica, garanzia di certezza della Verit  -
e  vedeva  l'uomo come "modello", come "misura" - proprio in  senso
matematico  - delle cose, o come "macchina" governata  dalle  leggi
della  fisica.  Secondo  Hume,  invece,    proprio  dalla  scienza
dell'uomo  che  le  altre  scienze  possono  trarre  giovamento   e
svilupparsi:  "Tutte le scienze hanno evidentemente  una  relazione
pi  o  meno grande con la natura umana e anche quelle che sembrano
indipendenti vi si riferiscono in un modo o in un altro. Perfino la
matematica,  la  fisica e la religione naturale  dipendono  in  una
certa  misura dalla scienza dell'uomo, poich rientrano nell'ordine
delle  sue  conoscenze e son giudicate dalla sua forza  e  capacit
mentale"(47).
     L'indagine sull'uomo e sulla sua natura, sulle passioni e  sui
princpi  della  morale, sulla societ e la sua organizzazione  (in
breve, sull'uomo come oggetto della conoscenza) nasce, per Hume, da
una   inclinazione  naturale  dell'uomo  (come  soggetto),  da  una
"curiosit  di conoscere", che non pu essere frustrata  o  negata,
pena la rinuncia al piacere che deriva dalla ricerca(48).

p 260 .

Lo scetticismo.
     
Seguendo  la  lezione  di Locke, David Hume  si  preoccupa  in  via
preliminare di stabilire i limiti dei propri strumenti di indagine;
ma,  andando al di l di Locke - che aveva posto alcuni punti fermi
-,  egli avanza il sospetto che mai si possano avere delle certezze
assolute:  "Non  faccio  un passo senza  esitazione  e  ogni  nuova
riflessione mi rende timoroso di un errore e di un assurdo nel  mio
ragionamento"(49).
     Contrastare  le  posizioni  dei metafisici,  dei  logici,  dei
matematici  e  dei  teologi,  che  si  sono  dimostrate   false   o
contraddittorie, e abbandonare le opinioni accolte dai pi non  d,
per  Hume, alcuna certezza di essere sulla via della verit. E cos
non   si   pu  avere  certezza  dall'uso  del  ragionamento,   dal
riferimento   costante  all'esperienza,  dalla  riflessione   sulle
abitudini, dal ricorso alla memoria(50).
     Lo  scetticismo di Hume si manifesta a trecentosessanta gradi:
niente pu essere sottratto al dubbio, nemmeno il senso comune  che
si  contrappone alla filosofia astrusa e dogmatica.  Il  dubbio  di
Hume  non ha nulla a che fare con quello di Descartes, che  -  come
abbiamo  gi  detto  -   un dubbio "metodico"  e  per  ci  stesso
innaturale  e finalizzato alla certezza, ma non pu essere  confuso
nemmeno  con quello di quanti usano la verit del senso comune  per
dubitare della scienza e metterne in discussione i risultati.
     Nella  Ricerca sull'intelletto umano Hume passa in rassegna  i
vari  tipi  di  scetticismo, del quale conclude siano di  rifiutare
tutte   le   manifestazioni  estreme(51);   la   radicalit   dello
scetticismo   humiano   non   sta  tanto  nell'assolutezza   quanto
nell'estensione:  il  dubbio  non  deve  escludere  la  possibilit
dell'accettazione parziale o momentanea di alcune  conclusioni,  ma
al tempo stesso niente pu sottrarsi al dubbio.
     Gli  uomini  -  scrive  Hume  - sono  per  natura  inclini  al
dogmatismo  e  a  considerare le cose in  maniera  unilaterale:  lo
scetticismo  la medicina migliore contro il dogmatismo,  per  dare
ascolto  anche  alle opinioni degli altri(52). Il dubbio,  inoltre,
non  deve essere riferito solo al contenuto della nostra conoscenza
e  alle  nostre  opinioni,  ma alla nostra  stessa  possibilit  di
conoscere. Su questo Hume scrive una pagina molto bella:  "Un'altra
specie  di  scetticismo  moderato,  che  pu  essere  di  vantaggio
all'umanit e valere come il risultato naturale dei dubbi  e  degli
scrupoli  pirroniani(53),  la limitazione delle nostre ricerche  a
quei   soggetti   che   sono   adatti   alle   ristrette   capacit
dell'intelletto  umano.  L'immaginazione dell'uomo    naturalmente
grandiosa,  si  compiace  di  tutto  ci  che    remoto  e   fuori
dell'ordinario,  vaga  senza controllo nelle pi  distanti  regioni
dello  spazio  e  del  tempo  per  sfuggire  agli  oggetti  che  la
consuetudine le ha reso troppo familiari. Chi possiede un  corretto
discernimento adotta il metodo contrario, evita tutte  le  ricerche
di soggetto elevato, si limita alla vita quotidiana e a quei
     
     p 261 .
     
     soggetti che rientrano nella pratica e nell'esperienza di ogni
giorno,  lasciando gli argomenti pi sublimi agli abbellimenti  dei
poeti   e  degli  oratori,  o  agli  artifici  dei  preti   e   dei
politici"(54).
     Lo  scetticismo, quindi, riacquista in Hume il suo significato
etimologico:  skpsis in greco significa ricerca. La consapevolezza
dei  limiti della nostra ragione e il dubbio costante sui risultati
delle  nostre indagini e delle nostre esperienze non devono indurre
all'abbandono  della  ricerca,  ma  piuttosto  essere  di  stimolo:
"Quanti  hanno disposizione alla filosofia continueranno sempre  le
loro  ricerche;  essi  osservano che, oltre  al  piacere  immediato
derivante  da  questa  occupazione,  le  deliberazioni   prese   in
filosofia  non sono che le riflessioni della vita di  ogni  giorno,
rese metodiche e pi accurate"(55).
     Ci  sono  due  cose  - in questa conclusione  di  Hume  -  che
meritano  di  essere  sottolineate: il  piacere  che  deriva  dalla
ricerca e l'utilit di una filosofia che, liberando la vita di ogni
giorno  dal  dogmatismo,  ci consente di  organizzarla  in  maniera
migliore.  Sul  primo  aspetto  c'  poco  da  aggiungere,  se  non
l'augurio  che  quel  piacere  sia  gi  stato  provato   o   venga
sperimentato  presto anche dal nostro lettore;  circa  il  secondo,
invece,  vogliamo notare come Hume insista sul fatto che  il  dogma
non    condizione di ordine e di metodo, ma che anzi le  posizioni
dogmatiche generano sempre conflitto e intolleranza nella  vita  di
tutti  i giorni, tra gli individui, tra le chiese e tra gli  stati:
attraverso  lo  scetticismo la ragione si libera dal  dogma  e  pu
esprimere  tutta la sua capacit di analisi e di scelta e,  quindi,
di  organizzare  nella  libert non solo il sapere  scientifico  ma
anche la societ e la vita quotidiana.
     In  questa luce pu essere compreso un celebre invito di Hume:
"Quando  scorriamo  i libri di una biblioteca, convinti  di  questi
princpi,  che  cosa dobbiamo distruggere? Se ci  viene  alle  mani
qualche volume, per esempio di teologia o di metafisica scolastica,
chiediamoci: Contiene qualche ragionamento astratto sulla  quantit
o  sui  numeri?  No. Contiene qualche ragionamento sperimentale  su
questioni  di  fatto  e di esistenza? No. E allora  gettiamolo  nel
fuoco, perch non contiene che sofisticherie ed inganni"(56).  Come
si  vede,  il  rifiuto  della teologia e  della  metafisica  non  
aprioristico,  ma  subordinato al fatto  che  esse  non  contengano
riferimenti  alla  matematica, alle  scienze  sperimentali  e  alle
questioni  pratiche. Inoltre si deve notare che  Hume  non  "salva"
solo   le  "questioni  di  fatto  e  di  esistenza",  ma  anche   i
"ragionamenti astratti" di tipo matematico.

La logica.
     
Quando  andiamo  ad analizzare i meccanismi della conoscenza  e  il
funzionamento della ragione - nell'esposizione che Hume ne  fa  nel
Trattato,  ma  anche  nelle  Ricerche  -  non  dobbiamo  aspettarci
soltanto una "filosofia facile" tutta incentrata sui problemi della
vita  quotidiana: alcuni dei "ragionamenti astratti" - come abbiamo
visto - sono stati salvati dal rogo.

p 262 .

Le sensazioni e le idee.
     
Hume  sente innanzitutto il bisogno di chiarire che cosa  si  debba
intendere per idea, e quale relazione ci sia tra idea e sensazione.
Come abbiamo gi avuto occasione di dire, nella filosofia moderna -
sia   nel   razionalismo,   sia   nell'empirismo   -   l'idea    va
progressivamente  perdendo la connotazione  di  realt  esterna  al
soggetto  che  conosce,  per diventare il  prodotto  di  una  mente
pensante  (umana  o  divina).  Locke  aveva  stabilito  un   legame
indissolubile  tra  idee,  semplici  e  complesse,  e   sensazioni;
Berkeley aveva addirittura identificato con l'idea l'oggetto  delle
sensazioni. Hume vuole ristabilire una differenza tra sensazione  e
idea, pur confermando una connessione ineliminabile tra esse.
     "Ognuno  coglie  subito la differenza  tra  il  sentire  e  il
pensare"(57).  L'inizio    in linea con  l'esigenza  di  Hume  che
abbiamo  cercato  di illustrare nei paragrafi precedenti:  non  una
dimostrazione di tipo logico-matematico, ma un appello alla  comune
esperienza  quotidiana  di ciascuno. La differenza  tra  sentire  e
pensare   non  ha  nemmeno  le  caratteristiche  della  definizione
assiomatica,  non  appare immediatamente  chiara  e  distinta  alla
ragione:    qualcosa  di pi,  esperienza continua  nella  nostra
esistenza.
     Ci  che  sentiamo  con particolare forza  definito  da  Hume
impressione,  e  sotto  questa  denominazione  ricadono  "tutte  le
sensazioni,  le passioni e le emozioni quando fanno la  loro  prima
comparsa  nella nostra anima"(58). Le "immagini" delle  impressioni
sono  particolarmente vivide; sono la gioia e il dolore, il calore,
i  profumi,  l'odio e cos via nel momento in cui  li  viviamo.  Le
immagini  delle  impressioni  non  scompaiono  quando  cessiamo  di
provarle; esse continuano nel nostro pensiero, ma la loro forza  si
attenua   e   i   loro   contorni  si  sfumano:   in   una   parola
illanguidiscono.  Le  idee  -  scrive  Hume  -  sono  "le  immagini
illanguidite"(59) delle impressioni. Tra i due tipi  di  percezione
c' una contiguit che spesso rende difficile stabilire il confine:
ci  sono  impressioni cos deboli che possono essere scambiate  per
idee  e  idee cos forti - nel sogno, nella febbre, nella follia  -
che possono essere percepite come impressioni.
     In  questo  flusso che va dalle impressioni alle  idee  appare
subito evidente la priorit delle impressioni, la loro capacit  di
produrre  idee. Le idee - per Hume - non sono segni  che  la  mente
colloca in maniera pi o meno arbitraria, come tante bandierine  su
una  mappa,  per  ricordare le esperienze passate e garantirsi  una
rotta  pi  sicura  per i viaggi futuri; le idee sono,  anzich  il
segno dell'esperienza, le immagini dell'esperienza illanguidite. Il
segno   cosa totalmente diversa dall'oggetto che vuol significare,
come  una  lettera  dell'alfabeto  diversa dal  suono  che  evoca;
l'immagine  di  un'esperienza passata che sopravvive  nella  nostra
mente,  anche  se illanguidita,  della stessa natura dell'immagine
che  abbiamo  provato  al  momento  dell'impressione.  La  priorit
dell'impressione  sull'idea,  quindi,  non    solo  temporale  (la
precede,  infatti, nel tempo), ma anche ontologica (  causa  della
sua  esistenza).  "Le nostre idee non producono, presentandosi,  le
impressioni corrispondenti, n
     
     p 263 .
     
     possiamo   percepire  un  colore  o  provare  una   sensazione
semplicemente col pensarci. Notiamo invece che un'impressione,  sia
spirituale  che  corporea,   sempre  seguita  da  un'idea  che  le
somiglia e ne differisce soltanto per forza e vivacit"(60).
     
Le associazioni di idee.
     
Se  le  idee  sono segni convenzionali, autonomi dagli oggetti  che
significano,  se costituiscono un linguaggio che non descrive,  con
una   sintassi  convenzionale,  la  realt  da  cui  pure    stato
originato,  esse possono essere associate fra loro nel rispetto  di
regole  prefissate,  come  accade nella  matematica.  Allora,  come
sostenevano  Hobbes e Locke, la scienza  una serie  di  operazioni
linguistiche   di  tipo  matematico,  convenzionali  e,   pertanto,
arbitrarie.  Ma  se  le idee sono il permanere  nella  mente  delle
immagini   dell'esperienza  sensibile,  esse  non  possono   essere
combinate e associate fra loro in maniera arbitraria, ma secondo  i
meccanismi  e le regole che uniscono, in natura, le sensazioni  che
quelle idee hanno prodotto. Sempre che in natura esistano regole  e
meccanismi.
     Da  Galileo  a Newton, da Spinoza a Leibniz, non  si    fatto
altro  che  ripetere che l'universo e la natura sono  governati  da
leggi eterne e immutabili che li regolano, secondo i princpi della
geometria,  come  se fossero un'immensa macchina:  si  discute  sul
ruolo  e  sull'esistenza dell'orologiaio, ma tutti sembrano  essere
d'accordo nel considerare il mondo un orologio. Hume, di  fronte  a
queste  certezze, introduce una nuova ipotesi: nella natura  agisce
s  una  forza, ma una "dolce forza [gentle force]", che di  solito
unisce, ma non con "connessioni indissolubili", n necessariamente,
n sempre.
     Le  idee  si ripropongono o sono associate nella nostra  mente
grazie  alla  memoria  e all'immaginazione.  Quelle  evocate  dalla
memoria  sono da un lato pi vivide e le loro relazioni riproducono
di  solito  le relazioni tra le impressioni che le hanno  prodotte;
quelle  richiamate dall'immaginazione non solo sono pi  "deboli  e
languide",  ma  possono essere associate fra loro pi  liberamente:
l'immaginazione, cio,  libera di non sottostare alla gentle force
che  agisce  anche  nella nostra mente e che  "sembra  indicare  ad
ognuno  le  idee  semplici  pi adatte a  essere  riunite  in  idee
complesse"(61).
     Parlando della gentle force, Hume scrive che si tratta di "una
specie  di  attrazione, che ha nel mondo mentale, non meno  che  in
quello  fisico, un'importanza straordinaria e si mostra in molte  e
svariate  forme"(62). Giustamente  stata fatta notare  l'influenza
che qui Hume subisce da Newton e dalla sua legge della gravitazione
universale; si deve, per, mettere in evidenza anche che, per Hume,
accanto  a  un "addolcimento" del concetto di forza con l'aggettivo
dolce, gentile, non si pu assolutamente parlare di universale  nel
senso con cui questo aggettivo  usato nella scienza moderna,  cio
come "valido sempre, comunque e dovunque".
     
     p 264 .
     
Certezza e probabilit.
     
Sembrerebbe,  quindi, di dovere abbandonare - nella prospettiva  di
Hume  -  ogni  forma di certezza nello stabilire relazioni  tra  le
diverse impressioni e le diverse idee, e, di conseguenza, di dovere
rinunciare a ogni possibilit di conoscenza scientifica. In  realt
Hume  lascia aperta la possibilit di individuare relazioni  certe,
almeno tra le idee.
     Egli  chiama "relazioni filosofiche" sette specie di relazioni
che  si  possono  stabilire  tra  le idee:  somiglianza,  identit,
relazioni di tempo e di luogo, proporzione di quantit o di numero,
gradi  di una qualit, contrariet, causalit. Quindi le divide  in
due  classi: "[a] quelle che dipendono interamente dalle idee messe
a  confronto  e [b] quelle che possono mutare senza che  mutino  le
idee"(63).  Hume chiarisce poi le caratteristiche delle due  classi
con  due esempi: alla prima classe appartiene l'uguaglianza tra  la
somma degli angoli interni di un triangolo e due angoli retti,  che
non  pu mutare finch non cambia l'idea di triangolo; alla seconda
classe  pu  essere  attribuita la relazione  di  contiguit  o  di
distanza  (relazioni di tempo e di luogo): infatti la distanza  tra
due oggetti pu variare, mutando la loro collocazione nello spazio,
senza che cambi la loro idea.
     Le  relazioni  della  prima classe possono essere  considerate
certe  e quindi "possono essere oggetto di conoscenza"; esse  sono:
somiglianza,  contrariet, gradi di una qualit  e  proporzione  di
quantit  o  di  numero. A loro volta, tre di queste relazioni  non
hanno   bisogno  di  dimostrazione,  perch  "si  colgono  a  colpo
d'occhio": si tratta della somiglianza; della contrariet ("nessuno
pu dubitare che l'esistenza e la non-esistenza si distruggano l'un
l'altra e siano del tutto incompatibili"); dei gradi di una qualit
(dei quali non si pu giudicare con esattezza, ma per i quali non 
difficile decidere se una cosa  pi o meno calda, pi o meno dolce
di un'altra)(64).
     Restano  da analizzare le relazioni di proporzione di quantit
o  di  numero: solo nel caso di numeri e quantit molto semplici  
possibile cogliere in maniera immediata il loro rapporto; nel  caso
di  numeri  e  quantit  molto  grandi  e  complesse    necessario
ricorrere    all'artificio(65).   La   certezza   delle   relazioni
matematiche   presuppone   una  serie   di   "ragionamenti   e   di
ricerche"(66).   Le  relazioni  matematiche  sono  studiate   dalla
geometria, dall'algebra e dall'aritmetica.
     La geometria supera "di molto in universalit ed esattezza gli
slegati  giudizi  dei  sensi  e  dell'immaginazione,  tuttavia  non
raggiunge  mai  una  precisione perfetta". La  geometria,  infatti,
grazie  alla  quale  studiamo  le proporzioni  tra  le  figure,  fa
derivare  i  propri  princpi  dall'apparenza  degli  oggetti;   se
consideriamo che in natura esistono grandezze cos piccole che  non
si  manifestano ai sensi, cio che non appaiono, non sar difficile
capire che la geometria non pu fornire certezze assolute: si pensi
-  osserva Hume - al principio del parallelismo, per cui ci  sembra
certo che due rette parallele
     
     p 265 .
     
     non  possano  avere un segmento comune, mentre in realt  "non
disponiamo di alcun modello di retta tanto preciso da garantirci la
verit di quella proposizione"(67).
     Restano  le  relazioni definite dall'algebra e dall'aritmetica
che  "sono  le uniche scienze, nelle quali possiamo portare  avanti
una  serie  di  ragionamenti  anche molto  intricati  con  perfetta
esattezza  e certezza"(68). Questa certezza dipende dal  fatto  che
"possediamo un modello preciso con cui giudicare dell'uguaglianza e
delle proporzioni dei numeri e, a seconda che essi corrispondano  o
no  a quel modello, ne determiniamo i rapporti senza possibilit di
errore"(69):  ad  esempio,  se consideriamo  due  numeri  come  due
insiemi  di  unit  possibile stabilire con esattezza  che  i  due
numeri  sono  uguali quando a ciascun elemento  del  primo  insieme
corrisponde un elemento del secondo e viceversa.
     Il    riconoscimento   della   certezza   delle   proposizioni
dell'algebra e dell'aritmetica e dell'utilit della geometria, che,
pur non raggiungendo la perfetta certezza, non pu indurci in gravi
errori,  esclude  per  che  alle idee della  matematica  si  debba
attribuire uno status speciale per cui debbano essere trattate  "da
un  punto di vista puro e intellettuale di cui soltanto le  facolt
superiori  dell'anima  sono capaci"(70).  Questo  atteggiamento  di
superiorit    caro ai matematici ed anche a molti filosofi,  che,
cos,  possono  nascondere "molte delle loro  assurdit  e  possono
ricorrere a idee oscure e incerte invece che sottomettersi a quelle
chiare"(71). Non dobbiamo mai dimenticare - insiste Hume -  che  le
idee  sono  sempre originate dalle impressioni e che le impressioni
sono  sempre  chiare  e precise: le idee della matematica,  pi  di
altre, conservano la chiarezza e la precisione delle impressioni da
cui  sono state originate e quindi non possono implicare niente  di
misterioso(72).
     Tra  le  analisi  che  Hume fa delle relazioni  della  seconda
classe  (identit,  relazioni di tempo e  di  luogo  e  causalit),
quella  destinata a suscitare maggiore discussione    stata  senza
dubbio quella relativa al principio di causalit. Questo principio,
infatti,  costituisce  il  fondamento  sia  della  fisica  e  della
metafisica antica sia della scienza e della filosofia moderna:  "E'
massima  generale  in filosofia" scrive Hume  "che  tutto  ci  che
comincia ad esistere deve avere una causa della sua esistenza"(73).
     Il   principio   di   causalit  non   pu,   invece,   essere
assolutamente  considerato certo, n dimostrato,  n  dimostrabile.
Non  immediatamente certo perch la relazione tra le due idee (ci
che  comincia  ad  esistere e la causa della sua esistenza)  non  
riconducibile   alle  relazioni  della  prima   classe   (relazioni
inalterabili fino a quando le idee restano le stesse). Considerando
il  contenuto della massima - prosegue Hume - si pu dire che  esso
equivale  all'affermazione che  impossibile che una cosa qualsiasi
cominci  ad  esistere senza una causa che la produce; pertanto,  se
non      possibile  dimostrare  quest'ultima  affermazione,   sar
impossibile anche dimostrare la veridicit della massima.
     
     p 266 .
     
     Il  ragionamento di Hume si basa sulla separabilit  dell'idea
di  "causa" dall'idea di "effetto": " facile concepire un  oggetto
che  non  esiste  in questo momento e che esiste un  momento  dopo,
senza  unirvi  l'idea,  da esso distinta, di  una  causa  o  di  un
principio produttivo"(74); se  quindi possibile separare l'idea di
un  inizio  di  esistenza dall'idea di una causa, non  c'  nessuna
"contraddizione e assurdit" nel ritenere possibile la  separazione
tra  l'esistenza di una cosa e la sua eventuale causa. E' possibile
che  una cosa qualsiasi cominci ad esistere senza una causa che  la
produce.  Questa  possibilit esclude la  certezza  della  "massima
generale  della filosofia" che prevede l'indissolubilit tra  causa
ed effetto.
     Potrebbe  restare aperta l'ipotesi dell'autogenerazione:  ogni
cosa  - come la sostanza di Spinoza - potrebbe essere causa  di  se
stessa  (causa sui). Ma si deve considerare anche l'ipotesi che  le
cose possano essere causate dal nulla: se una cosa  prodotta senza
nessuna  causa,  prodotta dal nulla, ha cio il nulla come  causa.
Anche queste due ipotesi sono da rigettare. Partendo dalla seconda:
il nulla non pu essere (uguale a) due angoli retti, a un frutto  o
a  qualsiasi cosa che possiamo immaginare, quindi il nulla non  pu
essere  nemmeno (uguale a) una causa. E nemmeno una cosa  qualsiasi
pu  essere  causa di se stessa, perch quando pensiamo un  oggetto
che   prima  non  esisteva  e  poi  comincia  ad  esistere,   senza
contemporaneamente  pensare una causa, noi  pensiamo  quell'oggetto
non solo privo di una causa esterna, ma di qualsiasi causa: non  lo
pensiamo  cio  diviso in due, per cui una parte o una  facolt  di
esso  funge da causa (ad esempio natura naturans) e un'altra parte,
o  aspetto  o facolt, costituisce l'effetto (natura naturata);  lo
pensiamo  semplicemente separato da ogni possibile causa. Il  punto
in  discussione  non  quali siano le cause e quali relazioni  esse
abbiano  con gli effetti: si tratta "di sapere se ogni  cosa  debba
avere,  o  no, una causa; n si pu, a ragionare rettamente,  darlo
gi per scontato"(75).
     L'avanzare  questo sospetto pu apparire eccessivo  anche  per
Hume, visto il suo costante riferimento all'esperienza e alla  vita
di  tutti  i  giorni,  dalle  quali emerge  un  costante  nesso  di
causalit  tra  i differenti oggetti che difficilmente  pu  essere
negato.
     Ma  anche  in  questa  occasione egli  non  si  smentisce:  lo
troviamo, infatti, davanti ad un tavolo da biliardo ad osservare le
palle che si urtano e si muovono sul panno verde(76): una palla  in
movimento  colpisce una palla che sta ferma, e questa si  mette  in
movimento;  ma  questo non  un evento eccezionale:  il  gioco  del
biliardo  esiste perch la stessa cosa accade ogni  volta  che  una
palla in movimento ne colpisce una ferma. Si verificano quindi  tre
condizioni  che si ripetono costantemenete in situazioni  analoghe:
a)  ogni  volta  avviene  un contatto tra le  due  palle,  cio  si
realizza tra loro una contiguit; b) il movimento della prima palla
precede  nel  tempo quello della seconda, cio esiste una  priorit
temporale;  c) ogni volta che si ripete l'operazione  al  movimento
della prima palla  unito il movimento della seconda; esiste, cio,
una  unione  costante tra il primo e il secondo fatto.  Queste  tre
condizioni verificabili sperimentalmente descrivono il rapporto tra
causa ed effetto, cos come esso si
     
     p 267 .
     
     presenta ai nostri sensi. Da ci, quando vediamo una palla che
si muove verso un'altra ad una certa velocit, possiamo indurre che
la seconda verr colpita e si metter in movimento.
     Questa nostra induzione deriva esclusivamente dall'esperienza:
se  noi  vedessimo  per  la  prima volta, senza  alcuna  esperienza
precedente,  una palla che si muove verso un'altra su un  piano  di
biliardo,  non  potremmo assolutamente inferire da  quel  movimento
quello  che  succeder in seguito(77). "La ragione non vede  niente
nella causa che la induca ad inferire l'effetto"(78).
     Quindi,  proprio  partendo dall'esperienza ed  attenendosi  ad
essa, Hume pu sostenere che il rapporto di causa ed effetto,  cos
come  si  sperimenta su un tavolo da biliardo o in qualsiasi  altra
situazione,  non   assolutamente necessario, a  meno  che  non  si
sostenga   che  "il  corso  della  natura  continuer   ad   essere
uniformemente  il medesimo"(79): solo in tal caso  ci  che    gi
accaduto  continuer a ripetersi nel medesimo modo. Come  si  vede,
Hume   sposta  in  alto  il  suo  obiettivo:  oggetto   della   sua
confutazione  non  tanto (o soltanto) il principio  di  causalit,
quanto  l'ordine necessario dell'universo, che in nessun  modo  pu
essere    inferito,    attraverso   il    ragionamento,    partendo
dall'esperienza.
     "Ci  che  ci spinge a supporre il futuro uguale al passato  
soltanto l'abitudine (custom)"(80). Nelle nostre scelte quotidiane,
quando  operiamo previsioni in base alle nostre esperienze  passate
non  siamo guidati dalla ragione, ma dall'abitudine; "soltanto essa
[l'abitudine] induce il pensiero, in ogni occasione, a supporre che
il  futuro  sia  conforme al passato. Per facile che sembri  questo
passo,   la   ragione  non  riuscirebbe  a  compierlo   per   tutta
l'eternit"(81).
     Il  fatto che supponiamo il futuro conforme al passato pone  a
Hume  un  problema che non pu essere risolto solo facendo  ricorso
all'abitudine:  si  tratta di vedere come la  mente  possa  pensare
un'idea  senza avere avuto la percezione della cosa cui  l'idea  si
riferisce.  Vedendo  il movimento di una palla verso  un'altra  noi
pensiamo il movimento della seconda prima che esso avvenga: ora, se
un'idea pu derivare solo da un'impressione e l'impressione in atto
in  quel momento  il movimento della prima palla, si creerebbe  un
nesso  di causalit tra ci che suscita l'impressione (il movimento
della  prima  palla) e l'idea - se non l'azione - dell'effetto  (il
movimento  della seconda), vanificando cos proprio  l'assunto  che
Hume  vuole negare. Per uscire dalla contraddizione Hume  introduce
il concetto di credenza (belief).
     L'idea  di  "effetto"  non  pu  essere  il  risultato  di  un
ragionamento,  perch  - ripete Hume - "la ragione  non  potr  mai
convincerci, da sola, che l'esistenza di un oggetto implichi quella
di un altro"(82): quindi deve agire in noi una forza o facolt che,
di  fronte a un'impressione in atto, evoca l'idea di un'impressione
passata e ce la presenta con la vivezza dell'impressione in atto.

p 268 .

In  altre  parole, la pre-visione dell'effetto non   paragonabile,
per  forza  e  vivacit,  all'immagine  sbiadita  di  un'esperienza
passata rimasta nella memoria: il ricordo di un'antica scottatura 
molto  pi  debole dell'immagine di scottatura (ancora  da  venire)
prodotta  in  me quando mi si avvicina pericolosamente  un  tizzone
ardente.  La  credenza   la capacit che  in  noi  di  ravvivare,
partendo dall'impressione della cosiddetta causa, un'immagine,  gi
presente  nella nostra mente, di un'esperienza passata. La credenza
  un modo di sentire che ci fa distinguere tra una cosa reale e le
finzioni prodotte dall'immaginazione con una libera associazione di
idee.  Possiamo  riconoscere questo sentire perch  caratterizzato
dalla  fermezza  (firmness),  dalla  solidit  (solidity)  e  dalla
stabilit (steadiness).
     Le idee che scaturiscono dall'abitudine e dalla credenza, e di
cui  sentiamo  di  essere  certi, pur  riferendosi  ad  oggetti  ed
avvenimenti futuri, scaturiscono dall'esperienza passata;  la  loro
valenza  ontologica    quindi riferibile  solo  al  passato:  esse
garantiscono cio l'esistenza di oggetti che le hanno prodotte,  ma
non  implicano  necessariamente ci che deve ancora  avvenire.  Gli
oggetti  futuri  (gli  effetti)  potranno  quindi  esistere  o  non
esistere: la loro esistenza  solo probabile.
     L'aumentare  del  numero  di casi simili  rafforza  la  nostra
abitudine  e  la  nostra  immaginazione, e  lo  stesso  effetto  di
"certezza" si pu ottenere anche con un caso solo o con  un  numero
limitato di casi, quando questi sono il risultato di un esperimento
scientifico ben preparato; l'esperienza, per, insegna che possiamo
sempre imbatterci in un caso contrario, sufficiente a invalidare la
"certezza" prodotta da innumerevoli casi ed esperimenti. Quindi  la
"certezza"  che  sentiamo  dopo il ripetersi  di  un  significativo
numero  di  casi  o  di  esperimenti bene organizzati  deve  sempre
ritenersi relativa(83).
     E'  chiaro  che Hume, con questa operazione, unisce  un  piano
strettamente  logico a uno psicologico e confessa  egli  stesso  di
incontrare  qualche  difficolt nello spiegare questo  "sentimento"
della credenza(84). La logica, che regola le operazioni della mente
e  porta  a conclusioni di certezza nell'algebra e nell'aritmetica,
deve cedere il posto - per quanto riguarda le questioni di fatto  -
a  qualcosa che fino ad ora  stato tenuto fuori dall'epistemologia
filosofica: il gusto e il sentimento.
     "Non  solo  nella  poesia e nella musica dobbiamo  seguire  il
nostro  gusto  e  il nostro sentimento, ma anche in  filosofia.  Il
fatto  che  io sia convinto di un principio significa soltanto  che
un'idea mi colpisce pi fortemente. Quando do la preferenza  ad  un
ordine  di  argomenti  piuttosto che ad un altro,  non  faccio  che
decidere,  con  il  mio  sentimento,  la  superiorit  della   loro
influenza. Negli oggetti non c'
     
     p 269 .
     
     da   scoprire   nessuna  connessione,  n  possiamo   inferire
dall'apparire  di  uno  l'esistenza di un altro  se  non  in  virt
dell'abitudine agente sull'immaginazione"(85).
     Abbiamo cercato di mostrare il percorso - non sempre lineare -
attraverso il quale Hume giunge all'introduzione nella filosofia di
un  elemento  che tradizionalmente le  estraneo: il  "sentimento".
Dall'analisi di questo percorso dovrebbe emergere che nel  pensiero
di Hume non c' traccia di una contrapposizione fra "sentimento"  e
ragione e che non c' mai una rinuncia alla ragione. L'affermazione
dell'esistenza  di  una  gentle force che opera  nella  natura,  la
definizione dell'abitudine e quella della credenza sono  frutto  di
un ragionamento rigoroso nel quale emerge costantemente il rispetto
per la ragione unitamente alla consapevolezza dei suoi limiti.
     E'   la   ragione  stessa  -  secondo  Hume  -  che  riconosce
l'esistenza  nell'uomo e nella natura di una realt che  oltrepassa
il  campo  della razionalit e che trova espressione,  ad  esempio,
nella  poesia e nella musica. La filosofia, pertanto,  pu  e  deve
occuparsi  anche di questa realt, ma non pu e non deve pretendere
di  raggiungere  rispetto  ad  essa  le  certezze  dell'algebra   e
dell'aritmetica.

La morale.
     
"Per giudicare delle azioni umane dobbiamo seguire le stesse regole
che usiamo nello studio della natura"(86).
     Il  principio di causalit operante nelle questioni  di  fatto
non     riconducibile  alla  conoscenza  della  ragione,  ma  solo
all'abitudine   e  alla  credenza;  la  ragione     strumento   di
conoscenza,  cio  di distinzione tra vero e  falso,  solo  per  le
questioni dell'algebra e dell'aritmetica (proporzione di quantit o
di  numero) o per le relazioni di somiglianza, di contrariet e dei
gradi di una qualit. I problemi della morale non sono riducibili a
nessuna  di  queste relazioni: quindi la ragione non pu esercitare
su  di  essi  nessuna  funzione di controllo,  di  indirizzo  e  di
guida(87).
     Hume polemizza apertamente con "quanti sostengono che la virt
consiste  solo  nella conformit alla ragione"(88),  perch  questo
vorrebbe  dire  che  nelle cose stesse esistono "delle  regole  che
indicano  il  bene  e il male e sono le medesime  per  ogni  essere
razionale":  se  si rifiuta un ordine matematico  -  cio  certo  e
immutabile - nella natura per quanto riguarda i fenomeni e il  loro
prodursi,  a  maggior ragione lo si dovr rifiutare in relazione  a
questioni, come quelle morali, in cui l'aspetto soggettivo  ancora
pi evidente.
     "Le  azioni  possono  essere lodevoli o  biasimevoli,  ma  non
ragionevoli o irragionevoli"(89), e il biasimo e la lode  non  sono
il  risultato di un giudizio della ragione, ma del piacere o  della
pena  che  proviamo(90): "Un'azione, un sentimento o  un  carattere
sono virtuosi o viziosi perch la loro vista ci
     
     p 270 .
     
     arreca un piacere o una pena di una specie particolare"(91).
     Come   si   vede,  ancora  una  volta,  Hume  fa  appello   al
"sentimento",  alla nostra capacit di sentire e di distinguere  le
diverse  specie  di sentimento: la ragione non abbandona  mai  Hume
nella  sua  esposizione, ma cede continuamente la parola  ad  altre
nostre facolt.
     Vizio e virt - come abbiamo detto - non riguardano certo  gli
oggetti  inanimati:  essi sono riferibili solo  alle  azioni  degli
uomini  verso  gli  altri  uomini;  cos  giudichiamo  virtuoso  il
comportamento  e  il  carattere di quanti con  le  loro  azioni  ci
inducono  a  provare una sensazione piacevole. Ma le nostre  azioni
sono virtuose semplicemente perch ci danno piacere?
     Le  nostre  sensazioni, nelle relazioni con gli  altri  (e  le
azioni valutabili moralmente sono in rapporto ad altri uomini), non
possono  essere ridotte ad una dimensione del tutto egoistica:  ci
che noi proviamo  condizionato sempre da ci che provano gli altri
in  conseguenza delle nostre azioni. Il dolore di altri, causato da
una   nostra   azione,  ci  impedisce  di  provare  una  sensazione
piacevole,  perch  c' qualcosa nell'uomo  che  lo  lega  ai  suoi
simili: non "esiste un sentimento che si produca in una persona  di
cui  non  siano  capaci  in qualche misura le  altre  persone"(92).
Questa  capacit  di sentire insieme  chiamata da  Hume  simpatia.
"Come  quando ci sono delle corde ugualmente tese, se una si  muove
il  suo  moto si comunica alle rimanenti, cos ogni sentimento  che
noi  possiamo provare passa con facilit da una persona ad un'altra
e produce nelle creature umane i movimenti corrispondenti"(93).
     La   virt  e  il  vizio,  quindi,  non  dipendono  tanto  dal
"temperamento"  e  da  una  "naturale disposizione",  quanto  dalla
nostra  capacit di mettersi in una relazione simpatetica  con  gli
altri uomini(94).

La politica.
     
Un uomo legato ai suoi simili dalla "simpatia", cio dalla capacit
di  provare sentimenti comuni, non pu certamente avere  la  natura
del  lupo o di una qualche altra belva feroce; d'altro canto  anche
considerarlo  un  dio appare eccessivo agli occhi di  Hume,  sempre
attento all'uomo concreto che si incontra ogni giorno.
     L'uomo di cui egli parla non  certo stato amato dalla natura:
anzi, sembra che questa sia stata "crudele" con lui, legandolo  con
"innumerevoli  bisogni di necessit" e dandogli mezzi insufficienti
per soddisfarli(95).
     
     p 271 .
     
     Questo  squilibrio  tra  bisogni e  mezzi  per  soddisfarli  
compensato,  per, dalla possibilit data all'uomo di  riunirsi  in
societ. La collaborazione tra gli individui consente non  solo  di
superare  il  "difetto"  che  rende  l'uomo  inferiore  alle  altre
creature della natura, ma anche di sopravanzarle di molto. Lavorare
in  societ  consente di aumentare forza, abilit e sicurezza:  per
questo la societ  vantaggiosa(96).
     L'aggregazione  degli individui in societ  non  ,  per,  un
fatto  del  tutto naturale e spontaneo: i vantaggi sono innegabili,
ma  essi  non  appaiono  immediatamente e con  chiarezza  a  tutti,
soprattutto  quando la povert spinge a soddisfare  solo  i  propri
individuali  bisogni, o al massimo quelli di  quanti  ci  sono  pi
prossimi,  congiunti e amici(97). In una situazione  di  precariet
non  possono  esercitare  alcuna influenza  idee,  come  quella  di
giustizia,  che  non  sono naturali, ma sono "princpi  artificiali
dello spirito umano"(98).
     La  natura,  comunque,  ci ha fornito gli  strumenti  con  cui
approntare  i  rimedi:  il  giudizio e  l'intelletto.  Grazie  alla
capacit di ragionare gli uomini hanno potuto istituire convenzioni
che garantiscono a tutti di poter godere dei vantaggi della vita in
societ(99). Non solo lo stato, quindi, ma la stessa societ civile
  da  considerare  -  per  Hume - frutto di  una  convenzione  che
"consiste  solo  in  un  senso  generale  dell'interesse   comune",
avvertito  da  tutti i membri della societ che  regolano  la  loro
condotta,  tenendo conto di questo interesse comune, a  prescindere
da  una reciproca ed esplicita promessa.In questo la convenzione si
differenzia dal contratto: "Due uomini che spingono i remi  di  una
barca lo fanno per un accordo o convenzione, bench nessuno dei due
abbia fatto qualche promessa all'altro"(100).
     Questo  accordo, guidato dalla ragione, che impone di superare
l'orizzonte  egoistico  di ciascuno per potere  godere  in  maniera
collettiva  dei vantaggi della societ, non deve essere  confuso  -
secondo  Hume  - con quel contratto originario che i  filosofi,  in
particolare  Hobbes, ma anche Locke, vorrebbero a fondamento  dello
stato.
     Se  lo  stato    l'esercizio del potere  di  un  uomo  (o  di
un'assemblea) sul resto della societ, non  possibile ignorare che
tutti i governi esistenti, o di cui  rimasta traccia nella storia,
"si sono fondati originariamente sull'usurpazione o sulla conquista
o  su  entrambe,  senza  alcuna pretesa di  aperto  consenso  o  di
volontaria soggezione del popolo"(101).
     Eppure i filosofi, e pi di loro i prncipi - osserva Hume  -,
possono  addurre  a  sostegno della natura contrattualistica  degli
stati  il  fatto  che "ovunque troviamo dei sudditi  che  ammettono
questo  diritto del principe(102) e si ritengono nati con l'obbligo
di obbedire a un certo sovrano, cos come si
     
     p 272 .
     
     sentono   obbligati  alla  riverenza  e  al  dovere  verso   i
genitori"(103). E' la forza dell'abitudine - commenta Hume -:  come
la  continua  esperienza del rapporto tra causa ed  effetto  ci  fa
ritenere il principio di causalit necessario e ineluttabile,  cos
"obbedienza   e   soggezione  diventano  tanto  abituali   che   la
maggioranza degli uomini non se ne chiede mai l'origine e la causa,
pi  che non si chieda del principio di gravit, di attrito e delle
leggi pi universali della natura"(104).
     "Quando  un  uomo astuto e temerario s' messo a  capo  di  un
esercito o di una fazione, gli  spesso facile, ricorrendo ora alla
violenza ora alle false pretese, stabilire il proprio dominio su un
popolo  cento volte pi numeroso dei suoi partigiani.  [...]  Molti
governi  sono  stati fondati con tali arti, e  questo    tutto  il
contratto originario di cui possano vantarsi"(105).
     La ragione, che ha guidato l'uomo a organizzarsi nella societ
civile, pu indicare anche la via per la realizzazione di uno stato
non dispotico. E la via - anche per Hume -  fatta di tolleranza  e
libert. Ancora una volta, e anche su questo, il discorso  di  Hume
non    astratto, ma si riferisce a concrete realt storiche; egli,
infatti,  scrive: "Si  anche scoperto, con il crescere  dell'umana
esperienza,  che il popolo non  il mostro pericoloso che    stato
dipinto,  e  che  conviene  in ogni caso guidare  gli  uomini  come
creature razionali piuttosto che trascinarli come bestie. Prima che
le  Province Unite dessero l'esempio, si riteneva che la tolleranza
fosse  incompatibile  con il buon governo [...].  L'Inghilterra  ha
dato  un  uguale esempio di libert civile e, bench questa libert
cagioni  ora  un po' di fermento, non ha tuttavia prodotto  effetti
dannosi. Possiamo anzi sperare che gli uomini, abituati ogni giorno
di  pi  alla libera discussione delle cose pubbliche, ne diano  un
migliore giudizio e siano sempre meno attratti da ogni vano  rumore
o clamore popolare"(106).
     
Hume e la scienza.

L'aritmetica  e  l'algebra si salvano dal dubbio  perch  esprimono
relazioni  esclusivamente tra idee; tutte le altre  conoscenze  non
possono  avere  un  valore  assoluto: esse  sono  il  frutto  della
credenza basata sull'esperienza e sull'abitudine.
     Per  Hume  non  solo  non ha senso andare a  cercare  i  primi
princpi della natura fuori di essa - posizione condivisa anche  da
Newton  e, in genere, dalla scienza moderna -, ma anche i  princpi
interni,  le  cosiddette "leggi naturali"  che  non  pretendono  di
spiegare  perch  le  cose  avvengono ma  semplicemente  come  esse
avvengono: l'unica legge di cui non si pu dubitare  quella  della
probabilit,  che  nega  tutte  le altre  che  si  presentano  come
necessarie e universali.
     Questo  non  implica  assolutamente un  rifiuto  totale  della
scienza  moderna, della quale Hume riconosce l'utilit ed anche  un
notevole grado di verit, ma il rifiuto della metafisica che sembra
essersi  trasferita nella scienza; la legge di gravit   data  per
scontata,  e  cos  "le leggi pi universali  della  natura",  come
l'idea che i sudditi debbano obbedienza e soggezione al sovrano. Se
guardiamo indietro
     
     p 273 .
     
     nel tempo, alle nostre esperienze e a quelle sedimentate nella
storia,  vediamo  che  le  leggi della  natura  hanno  generalmente
funzionato, cos come i sudditi generalmente sono stati  obbedienti
e  soggetti ai sovrani: quindi rispetto al "fatto" e all'"accaduto"
queste  leggi  esprimono un alto contenuto di  verit.  Ma  niente,
oltre  un  forte  grado di probabilit, ci pu  garantire  la  loro
validit per il futuro.
     Da  questo  spirito  la scienza pu trarre grandi  vantaggi  e
nuovi   impulsi:   non  pu  adagiarsi  sui  suoi  successi;   deve
continuamente sottoporre le proprie scoperte a nuove verifiche;  e,
soprattutto, pu percorrere strade nuove e inusitate, anche  quelle
che  contraddicono risultati acquisiti e consolidati. In  fondo  la
nascita  della scienza moderna si spiega con l'applicazione pratica
del  principio  sostenuto da Hume. In Copernico, in  Galileo  e  in
Newton  era nato il sospetto che una legge della natura, ampiamente
verificata  dall'esperienza, non fosse vera: essi avevano  dubitato
del rapporto di causalit fra l'alternarsi del giorno e della notte
e il movimento del Sole nel cielo.
     Si  pu  dubitare  - sosteneva Hume - anche dei  postulati  di
Euclide:  da questo dubbio nel diciannovesimo secolo nasceranno  le
geometrie  non  euclidee. Si pu dubitare  del  carattere  assoluto
dello  spazio  e del tempo: e da questo dubbio sar  alimentata  la
relativit di Einstein.
     Si  deve  sospettare di tutto ci che non  si  pu  ricondurre
all'esperienza:  cos  Hume  sar  indicato  come   un   punto   di
riferimento per quasi tutta la riflessione filosofica sulla scienza
nel ventesimo secolo.
     Nel  tutto  ci  sono  tutte le cose (i contrari,  come  diceva
Eraclito), ma non c' un Lgos o un Dio che le governa: tutte hanno
il  diritto  di  esserci  e di non esserci.  Le  cose,  nel  tutto,
appaiono  e  scompaiono; ma non  il pensiero che le fa apparire  e
scomparire.   Il   pensiero,   la   ragione,   le   pu    ordinare
(provvisoriamente) con metodo e con cura, in vista  del  piacere  e
dell'utile.  Questo  il limite della filosofia  e  della  scienza.
L'accettazione  di  questo limite rappresenta la liberazione  dalla
metafisica  e  garantisce  libert e tolleranza,  nel  mondo  degli
scienziati come in quello degli stati e della societ civile.
